Martedì, 28 Aprile 2009 - 00:20


Salotti non è l'homo ludens che si trastulla con il gioco delle forme e ne trae immagini metafisiche per puro godimento dell'occhio; non è il bambino che ritrova se stesso nel gioco creativo modellando la creta e trasferendo in questo lavoro una sua forza inventiva, una sua carica vitale, un prorompere di soluzioni fantastiche e felici. Salotti è l'ungarettiano «uomo di pena», per il quale « la morte si sconta vivendo»; la scultura è un modo difficile, ma sincero di scontarla.

Il lavoro, la tensione per ricercare un nuovo modello, una nuova curvatura della materia che rinnovi anche la totale invenzione dell'oggetto da plasmare, il sentirsi fragile di fronte alle molteplici idee che si accavallano in un aggressivo groviglio nella mente dell'artista, sono pedaggi che egli deve quotidianamente pagare.

In questa povera storia quotidiana che ci affligge con i suoi traumatici interrogativi e che ci induce a scelte spesso accomodanti e comunque povere di originalità e di fantasia, Salotti ci è sembrato un poeta che scrive la sua storia interiore mediante figure da cui traspare la musica struggente di una sofferenza ma anche di un incanto, che è poi la storia di un uomo risolta per mezzo di un'arte difficile e dura com'è quella intesa a liberare la materia dalle scorie che l'attanagliano, e farne uscire un'idea, un'invenzione, un ritmo, una tensione nella libertà che ancora oltre la banalità del quotidiano può essere concessa solo all'arte.


Gian Luigi Zucchini
«Tempo Sereno» Marzo/Aprile 1975

 

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